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martedì, 20 maggio 2008

Il teatrino su Travaglio visto da Stefano Disegni

postato da: skinnolo alle ore 22:00 | link | commenti
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venerdì, 22 settembre 2006

Questione morale ed altre amenitĂ 

Trovo davvero sconcertanti le parole del Presidente diessino della provincia di Milano, in tema di legalità: “Dato che i vip in galera non ci vanno mai, tanto vale salvare i poveracci”.

Innanzitutto, chi sono i vip, e chi i poveracci? I vip sono i Tanzi, i Cragnotti, i Previti, i Ricucci, i Moggi, i Consorte e compagnia brutta, più o meno li conosciamo tutti. Pezzi grossi della finanza o meri faccendieri al servizio dei poteri forti. Tutti furbi e furbetti le cui illegali manovre finiscono per saccheggiare le tasche dei contribuenti e gettare sul lastrico milioni di piccoli investitori. Roba che non si vede nemmeno nel più piccolo paese liberale. Naturalmente non hanno una collocazione politica ben definita, molti di loro sono associati anche ai diessini. Dunque è evidente che già qui Ricca è in palese malafede.

Chi sono i poveracci? Il più delle volte extracomunitari, piccoli trafficanti di droga, ladri di polli. Tutta gente che riempie le carceri e sovraccarica lo stato di spese inutili perché tanto, una volta usciti, continueranno a rubare e non passerà molto tempo perché tornino dentro. Non voglio rinnegare i valori cristiani, i principi di grazia e misericordia per gente in qualche modo costretta a delinquere in un paese che non garantisce più il lavoro nemmeno ai laureati, ma vedo malafede anche dietro questa definizione di “poveracci”. Innanzitutto per lo Stato, che non sa più a chi rubare i soldi per coprire i buchi della finanza saccheggiata dai “vip”, non è forse più conveniente ridurre le onerose spese carcerarie, anziché costruire nuove e più accoglienti carceri? Secondo, se io fossi un poveraccio, mica sarei geneticamente predisposto alla legalità sapendo che lo Stato legalizza i reati degli stessi “vip”! Terzo: con la fedina penale macchiata, chi me lo da il lavoro pulito? Non mi incazzo sapendo che i Vip sono sempre al loro posto?

E qui il cerchio si chiude: quell’eroe di Ricca ha definitivamente dato sepoltura alla “questione morale”. Lo Stato ha finalmente legalizzato l’immoralità. Del resto sono bastati poco più di 10 anni per normalizzare la mafia, a colpi di piccone bibartisan contro la magistratura che aveva osato sfiorare i poteri istituzionali, o di leggi ad personam. Dopo l’eroe Lunardi secondo il quale “con la mafia bisogna convivere” è accorso l’ultime erede di Berlinguer a chiudere definitivamente il discorso.

Eppure un tempo questo slogan suonava piuttosto bene, riusciva perfino ad essere credibile, forse più a destra che a manca. Erano gli anni dell’Msi finalmente uscito dai margini della vita politica, del nuovo e dissidente movimento chiamato Lega Lombarda. Perfino Berlusconi, che allora era conosciuto(perlomeno dal popolo) solo come un imprenditore di successo, augurava vita breve a mafiosi e ladri, anche se la sua discesa in campo suonava più come un tentativo di fermare la presa al potere dei comunisti. Effettivamente non aveva tutti i torti, leggendo quelle parole famose del berlinguerano Occhetto(“adesso tocca a noi”), che certamente lasciarono perplessi molti di quei elettori rimasti indecisi nel nuovo contesto post prima repubblica. Se dunque in passato la questione morale era comunque sentita, non solo ai livelli istituzionali ma nell’animo della gente qualunque, ora è addirittura una bestemmia. Certo, si rubava in passato, anche parecchio, poi magari si andava in chiesa a confessarsi. Come quando il marito devoto, modello democristiano, provava qualche rimorso per una fugace scappatella. I comandamenti dettati a Mosè erano ben impressi, violarli significava comunque commettere un peccato grave.

Guai a chi tira fuori oggi la questione morale: verrebbe scambiato per un folle giacobino che osa infrangere un equilibrio biologico che la società italiana ha finalmente raggiunto. Del resto l’immoralità normalizzata e l’illegalità legalizzata la riscontriamo nella vita di tutti i giorni. La possibilità di trovare lavoro oggi è strettamente correlata alla quantità e alla qualità dei mammasantissima che conosci. Non che prima non esistessero le raccomandazioni, ma certamente ti garantivano un bel posto in banca o in ospedale. Ora ti occorrono perfino per un lavoro da spazzino, figuriamoci per mettere su una piccola attività in proprio. Se poi provi a chiedere spiegazioni a qualcuno che nella politica ci sguazza, egli ti risponderà: “Fai male a lamentarti, la prossima volta fai meglio a votare per le persone giuste”. Con quel poco di scrupoli di coscienza mi rivolgo all'amico qualunquista, il quale mi richiama: "Tanto sono tutti ladri, vota per chi ti fa il favore". A quel punto pensi: “Allora lo scemo sono io?”. Infine il mio ultimo pensiero va sui quei genitori che non possono fare a meno di educare i figli in modo che si facciano più furbi dei furbi. Appunto, la mafia normalizzata. Un cancro che prima o poi giungerà alla stadio terminale, portandosi via con sé quel poco di civiltà e di benessere che ci rimane.

postato da: skinnolo alle ore 11:59 | link | commenti (2)
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martedì, 12 settembre 2006

Articolo: li paghiamo per insultarci

di Riccardo Luna

A un certo punto quel ministro imbarazzante che non conosce l’imbarazzo e che risponde al nome di Clemente Mastella, quello che voleva l’amnistia per i ladroni del calcio, si è paragonato a San Pietro, però in meglio perchè «io non tradisco gli amici». E in quel preciso istante, in tv, nella tv pubblica che tutti paghiamo con il canone, ma dovremmo smettere subito di farlo se stavolta non alla Rai non cacciano qualcuno, in quel preciso istante per milioni di italiani Luciano Moggi era diventato come Gesù prima del Calvario. O comunque un santo, un benefattore delle nostre tasche, addirittura il vero artefice dell’aumento imprevisto del Prodotto interno lordo, visto che «l’Italia ha vinto i Mondiali grazie ai giocatori della sua Juve». Un applauso del pubblico pagato da noi contribuenti ha sottolineato la beatificazione. E io davanti a quelle bestemmie ho avuto un conato.
Non sto esagerando. Questo Paese è una barzelletta se prende uno come Moggi e gli costruisce un teatrino in tv dove lui può dire di tutto senza che nessuno ribatta. Può dire di essere «un eroe popolare», può raccontare la balla della «gente che sta con me», può infangare il processo sportivo, «una farsa», e trattare lo scandalo delle intercettazioni come una balla, anzi un complotto contro di lui che, poverino, cercava solo di «proteggere una società debole». La Juve.
Una risata avrebbe dovuto seppellire questa buffonata, e poi qualche semplice dato di fatto avrebbe smascherato quella valanga di bugie. Bastava poco, ma davanti a Moggi c’era una cara amica, Simona Ventura, «siamo amici da vent’anni io e Luciano», con lo sguardo inebetito di chi non ha mai nemmeno letto le prime righe delle sentenze di Calciopoli e non sa davvero cosa dire, gli autori non le avevano scritto nemmeno una domanda decente, accidenti, e lei si vedeva che annaspava guardando quel foglietto, e quasi cercava di convincere Moggi a non strafare, «va bene che siamo amici», a dire che in fondo qualche erroruccio lo avrà fatto pure lui, «dai Luciano, qualche telefonata...».
Ma che ne sa la Ventura di due anni di indagini dei carabinieri di Roma? Le mai ha lette le intercettazioni, o si ricorda solo qualche titolo dei giornali? Lo sa che i due responsabili delle indagini, un colonnello ed un maggiore dei carabinieri, qualche giorno fa sono stati rimossi, trasferiti ad altro incarico?
Non sa nulla, la Ventura, e si vede benissimo purtroppo. Si vede quando con l’aria di chi sta facendo una domanda paraculissima, dice: «Luciano, come si costruisce una grande squadra?». Glielo diciamo noi, signora Ventura: c’era una roba che si chiamava Gea, in Italia, per anni ci hanno giurato che con Moggi non aveva rapporti visto che la guidava il figlio di Luciano, poi sono spuntate decine di telefonate fra papà e figlio che trafficavano giocatori. Per la procura di Roma si chiama associazione a delinquere. Ecco come si costruisce una grande squadra.
E in studio? A parte le battute di un comico, il silenzio assoluto. Ma quando ho visto Giampiero Galeazzi nella sua postazione, mi sono detto: e vai, ci pensa Bisteccone a fare il contraltare a Moggi, massì, questa estate nel programma "Notti Mondiali" ve lo ricordate Galeazzi tutto rosso e sudato mentre inveiva contro i ladroni del calcio? Sembrava un paladino vero. Dai Giampiero, fagli vedere tu. Bene, lo ha fatto. Questa la sua domanda a bruciapelo: «Luciano allora in questa storia sei una vittima o che?». Voi sottovalutate il coraggio che ci vuole a dire «o che» a uno come Moggi.
Veramente in quello studio tv uno con il coraggio di dire a Moggi che la gente non lo ama affatto, anzi, si sente derubata, e che ci sono colpe precise di cui rispondere, c’era: Andrea Vianello, il conduttore di Mi Manda Raitre. Ci ha provato a dire due parole e Moggi si è infuriato, «Simona, io con quello non parlo». Un ordine, come ai tempi in cui ordinava ai conduttori della Domenica sportiva cosa dire e chi attaccare. «Fatemi a pezzi Zeman», diceva al servo di turno e loro lo facevano a pezzi.
Non è cambiato molto, si direbbe, anzi quasi nulla. E se aspettiamo ancora un po’ davvero ci diranno che Calciopoli è stata una nostra allucinazione. Ma lo diciamo oggi, forte e chiaro, che noi non ci staremo. Se servirà ripubblicheremo tutte le indagini e le sentenze di condanna, ne faremo un libro, perché tutti sappiano. E se ci riusciremo, prenderemo tutte le intercettazioni e ne faremo un cd, perché vi garantisco che la protervia delle loro voci dal vivo fa tutto un effetto.
Intanto tre o quattro cose le diciamo subito, prima che la valanga di balle ci travolga. 1) Non è vero che nel processo sportivo non sono ammessi testimoni. Sono stati ammessi, e sono anche serviti alle difese. 2) Non è vero che le intercettazioni sono state solo contro di lui e che se tutti i dirigenti di club fossero stati intercettati, si sarebbe scoperto che tutti parlavano di arbitri con i designatori. Ad essere intercettati infatti furono inizialmente proprio i telefoni di Bergamo e Pairetto ed è quindi dimostrato che parlavano solo con Moggi. 3) Non è vero che per la Corte federale la Juve non ha commesso alcun illecito: secondo i giudici, che pure hanno scritto una sentenza folle, il reticolo delle attività di Moggi era teso a condizionare tutto il campionato, non una singola gara.
Solo tre concetti, signora Ventura, ed avrebbe evitato una figura di m...

postato da: skinnolo alle ore 12:00 | link | commenti
categorie: calcio
martedì, 29 agosto 2006

Indulto: un parlamentare scrive ad Antonio Bianco

Caro Antonio

mi scuso anzitutto per il ritardo con cui riscontriamo il suo messaggio.

Antonio Di Pietro mi prega di dirLe "Grazie" per le sue parole

ed inoltre Le trasmette questo messaggio:

Abbiamo fatto la nostra battaglia. E di una vera battaglia si è trattato. L'abbiamo
persa in Parlamento, ma siamo certi di averla vinta nel Paese. La legge sull'indulto
è legge dello Stato. E' una sconfitta della legalità, della giustizia. Il
risultato di un patto tra forze politiche solo in apparenza antagoniste.
Ognuno ha tirato fuori i suoi dalle carceri o dai processi.
Io ho deciso di non dimettermi per continuare a testimoniare nella mia
funzione di ministro e in Consiglio dei ministri la necessità di uno Stato
basato sulla legalità, trasparente verso i cittadini, rispettoso degli
impegni presi in campagna elettorale. Io ho espresso la mia totale
contrarietà e quella dell'Italia dei Valori in Consiglio dei ministri. Ho
prospettato le mie dimissioni da ministro tra l'indifferenza dei miei
colleghi. Per senso di responsabilità verso il Paese non posso ritirare la
fiducia e correre il rischio di elezioni anticipate e di un ritorno di
Berlusconi. Molti esponenti dell'Unione mi hanno espresso la loro
solidarietà per la mia volontà di escludere i reati finanziari, societari e
di corruzione dalla legge sull'indulto.
Lo hanno fatto in privato, in aula quasi tutti si sono comportati
diversamente piegandosi alle direttive di partito. E' stato sconcertante,
davvero sconcertante, vedere l'Unione rinnegare nei fatti, con questo
indulto, il programma che ha presentato ai cittadini e per cui è stata
eletta. Il cittadino conta meno di zero, non può scegliere i suoi
rappresentanti e neppure vedere rispettato il programma di governo. A cosa
serve l'istituzione parlamentare oggi? Quanto è lontana dagli elettori? E'
una domanda che noi politici dobbiamo farci e alla quale è necessario dare
presto delle risposte. E' stato sconcertante, davvero sconcertante, vedere
un partito come Rifondazione Comunista che non ha escluso dall'indulto
nemmeno coloro che sono stati condannati per le morti bianche per infortuni
sul lavoro che, come ha sottolineato la CGIL, mai erano stati oggetti di
clemenza in passato.

On. Antonio Borghesi

postato da: skinnolo alle ore 20:58 | link | commenti
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Articolo: Coletti non si ricorda di Auschwitz

LANCIANO. «Non ricordo dove lessi questa frase ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all'istante perché raccontano un'immensa verità»: la frase in questione è «Il lavoro rende liberi», che campeggiava all'ingresso dei lager nazisti, una di quelle che riportano alla mente momenti tra i più tristi della storia dell'umanità. A non ricordare dove l'ha letta è invece Tommaso Coletti, presidente della Provincia.

 

La "confessione" non è però la classica gaffe di un politico a margine di una conferenza stampa o di un qualsiasi appuntamento pubblico, colta al volo dal giornalista di turno e rimbalzata sulle prime pagine di tutti i giornali.

«Il lavoro rende liberi» è la sfortunata scelta della Provincia per presentare la pubblicità dei Centri dell'impiego in un inserto a pagamento di quattro pagine apparso oggi all'interno del quotidiano Il Centro.

 

Si tratta di una quindicina di righe per rivendicare l'impegno della Provincia in materia di lavoro, firmate in calce dall'ex senatore della Margherita, che introducono l'inserto.

 

«Arbeit macht frei» è la versione originale in tedesco, proiettata un numero innumerevole di volte nei filmati sui campi di sterminio e riprodotta su migliaia di libri di storia e giornali, e sui volantini che, anche dalle nostre parti, invitano a partecipare alle iniziative in occasione della Giornata della memoria.

 

L'infelice gaffe della Provincia oggi non è passata inosservata, tanto che già a metà mattinata ne parlava un lancio d'agenzia dell'Agi.

 

Il Tg regionale delle 14 ha invece interpellato il diretto interessato, che si è difeso dicendo che «chi ha frainteso la frase con il lavoro c'entra poco».

 

Coletti, forse metaforicamente, ha ribattuto che quelle parole le ha lette «sulla porta di ogni cittadino democratico che crede nella Costituzione», mettendo in relazione lavoro e carta costituzionale. Insomma, il presidente della Provincia, apparso sugli schermi del Tg3 anche leggermente imbarazzato, ha dato un po' l'impressione di arrampicarsi sugli specchi.

 

Forse, se qualcuno gli avesse fatto notare chi e come aveva già utilizzato in passato quelle parole, si sarebbe dimenticato in tutta fretta delle porte dei cittadini democratici.

 

postato da: skinnolo alle ore 20:49 | link | commenti
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domenica, 13 agosto 2006

Italian Nightmare

Un'economia sana non deve garantire "uguaglianza" ma offrire le stesse opportunità a tutti, poi sta a noi saperle sfruttare. E' questo il senso più umano di uguaglianza, che va al di la delle pretese utopistiche. In fondo il "sogno americano", un semplice e forte messaggio che da solo bastò a strapazzare il sovietismo, si traduceva in quei termini. Un sogno di cui noi non possiamo nutrirci, in un paese dove bisogna farsi raccomandare solo per ottenere un colloquio di lavoro, le università producono lauree anzichè risorse umane, le stesse persone guidano gruppi economici in modo inefficiente e dunque contro ogni logica di mercato, gli interessi privati diventano pubblici, la sudditanza al potere è superiore alla piena realizzazione delle individualità e il potere gerontocratico annulla ogni tentativo di cambiamento. In un paese dove il ceto medio, flusso catalizzatore di ricchezza, cultura e competenze, diventa sempre più povero, nessuno riesce più a sognare: sopravviviamo in un'Argentina silenziosa che presto si risveglierà in un incubo.

postato da: skinnolo alle ore 11:42 | link | commenti (1)
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giovedì, 20 luglio 2006

Lo scandalo italiano

La Camera dei deputati con un voto a larga maggioranza ha votato l'indulto e cioè uno sconto di pena per i reati finanziari (falso in bilancio, frode fiscale, aggiotaggio, inside trading, bancarotta) e contro la pubblica amministrazione (corruzione e concussione). E cioè i reati dei signori dei crac come Parmalat e Cirio, delle Scalate dei "furbetti del quartierino", dei ladri.

Poiché Camera e Senato sono popolati da 90 inquisiti e condannati, il voto costituisce il più grande conflitto di interesse della storia della Repubblica: un autocondono in piena regola per se stessi e i propri amici. Una legge "ad personas", per se stessi e i vari Tanzi, Cagnotti, Consorte, Ricucci, Moggi e compagnia cantando e " contra personam" e cioè, i 500 mila risparmiatori truffati dai crac e dalle scalate.

Allora hanno ragione i tedeschi, quando ci accusano di essere il popolo della pizza, del sole e del mandolino. In una democrazia normale quei 500 mila risparmiatori truffati avrebbero, come minimo, occupato tutte le sedi istituzionali, assieme ad un altro milione di cittadini dotati di senso civico. Uno scandalo che non ha precedenti... ma basta il pallone a distrarre le illuminate menti, come ha già dimostrato la grande folla di gaudenti al Circo Massimo.

postato da: skinnolo alle ore 10:14 | link | commenti
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mercoledì, 19 luglio 2006

Oliviero Beha: l'ultimo dei Mohicani

Il suo nome è Oliviero Beha. Non stiamo parlando di un “comunista”(non è iscritto in alcun partito) ma della vittima più insigne del “maccartismo di ritorno”.

Giornalista di Repubblica fin dal 1976, fra i più brillanti cronisti sportivi e di costume, fece esplodere nel 1980 lo scandalo del calcioscommesse. Nel 1984 si scontrò con la direzione quando pubblicò il celebre scoop sulla presunta combine di Italia Camerun ai mondiali dell’82, e l’anno seguente lasciò il quotidiano.

Nel 1987 inventa Va’ Pensiero, durato due stagioni, successivamente riciclato in Quelli che il calcio. Nel 1988 inventa Deux ex machina, molto simile al successivo Blob. Nella stagione 1989-90 vara Telefono giallo sport, mai rai3 glielo blocca: c’è il mondiale italiano, i disturbatori non sono tollerati. Negli anni a seguire, Beha lancia Radio Zorro e Video Zorro su rai3: ma non appena arriva Enzo Siciliano alla presidenza della Rai, con la vittoria dell’Ulivo nel 96, entrambi i programmi vengono bloccati, nonostante il gran successo di pubblico. Nel 1994, Beha doveva diventare direttore di Rai2, ma il suo nome sparì dalla lista dalla sera alla mattina.

Nel 1998 Clemente Mimun lo assume come commentatore sportivo del Tg2. Ma nel 2002, appena arriva Mazza(An) lo rimpiazza con Italo Cucci(An) facendoglielo dire dal segretario di redazione.

Beha riprende Radio Zorro alla radio, programma di denunce in difesa dei consumatori, il più ascoltato su Radio1. Per questo il Presidente Baldassare assume Beha a Raisport. Queste le parole affettuose del Presidente della Rai riservate a Beha: “Fosse per me la farei direttore, ma visto che lei non ha un partito posso farla solo vicedirettore vicario”. Nella Cdl pensano che Beha sia uno di loro, per questo lo annusano a lungo. Ma quando scoprono che è semplicemente un uomo libero, lo scaricano: a Raisport gli lasciano fare poco o nulla: a comandare è An, prima con Francia, poi con Maffei.

L’inizio della fine ha una data precisa: l’11 novembre 2003. Quel giorno l’ex direttore di Raisport Paolo Francia denuncia alla Vigilanza sprechi, marchette e pubblicità occulte delle dirette sportive. Beha, che è il numero due, chiede urgentemente di parlare con Cattaneo. Gli dice Beha: Caro direttore, ho letto le parole di Francia, e qui i casi sono due: o lei lo denuncia per calunnia a nome dell’azienda, o apre un’inchiesta per vedere se le accuse sono vere”. Cattaneo minimizza: “Guardi non ce l’hanno mica con lei. Comunque non si preoccupi, lasci perdere, le inchieste interne non sono mai servite a nulla. Ci rivediamo dopo le feste”. Dopo le feste Beha non viene più ricevuto. A febbraio 2004, Beha chiede udienza al Cda. L’unico a rifiutare è il forzista Petroni: “Io sono un amministratore, lei è un giornalista, che vuole da me?”. Veneziani dapprima accetta gentilmente, poi sparisce. Successivamente Beha si rivolge a Rumi, ma questi lo ferma: “Abbia pazienza, sono un uomo anziano”. Alberoni, ancora prima di ascoltarlo, domanda: “Dimmi la verità, Oliviero, è una censura politica? Non ti preoccupare, ora chiamo il mio amico Tarak Ben Ammar, vedrai che ti prende lui a Eurosport”. Beha: “Ma io sono un vicedirettore della Rai e vorrei lavorare per l’azienda che mi stipendia, e di cui tu sei consigliere. Che c’entra Ben Ammar?”.
L’ultimo appuntamento è con Lucia Annunziata, Presidente di garanzia. Beha: “Sono un vicedirettore di questa azienda, ma non mi fanno lavorare”. Annunziata: “Senti ammè, l’importante in televisione è apparire, andare in onda. Facciamo così: tu restituisci la vicedirezione, che tanto non te ne fai niente, e vedrai che ti fanno un bel contratto come ospite fisso a Quelli che il calcio. Poi vediamo”. Beha: “Ospite della Ventura? Ma non lo sai che quel programma l’hanno copiato al mio Va’ pensiero? E poi che c’entra l’ospite fisso col mio incarico di vicedirettore?”. Discorso chiuso.

Nel frattempo, a denunciare pubblicamente gli spot occulti della Rai, ci pensa Striscia la notizia. Cattaneo vince il tapiro d’oro e ringrazia Antonio Ricci per la denuncia, annunciando che la Rai presenterà un esposto contro ignoti alla Procura di Roma.
Beha è sconcertato: se le cose le dice Striscia su Mediaset, Cattaneo ringrazia e denuncia. Se le dicono Beha e Francia, si alza il muro di gomma. E non è finita: nel maggio del 2004 Beha viene deposto da vicedirettore di Raisport, per essere degradato a caporedattore, con stipendio decurtato. Poi, con la scusa dell’estate, gli chiudono pure Radio a colori. Non ripartirà più.

Jimmy Ghione di Striscia va ad intervistarlo. Beha racconta il suo faccia a faccia con Cattaneo, ma per la sua dichiarazione e le altre che seguiranno sui giornali, la Rai gli intenta un processo disciplin are. Sono presenti gli avvocati della Rai, Beha, il suo avvocato, ma Cattaneo latita: “Mi state processando per le cose che ho detto a Cattaneo. Ma Cattaneo dov’è?”. E gi avvocati Rai: “Non c’è, non è venuto”. Beha: “Allora chi decide se ho ragione o torto, se sono passibile di sanzione disciplinare o altro?”. Avvocati Rai: “Il dottor Cattaneo”. Verdetto: Beha è condannato a quattro giorni di sospensione dallo stipendio. L’Ansa lo chiama per un commento: “Se parlo – dice Beha – mi prendo un’altra sospensione”. Domanda: “Ma non c’è l’articolo21 della Costituzione?". Risposta: “Mah, forse mi sono distratto, deve essere decaduto”. Per queste parole, nuovo procedimento disciplinare e altri sette giorni di sospensione.

Avendo molto tempo libero, Beha scrive un libro autobiografico: Sono stato io. Lo pubblica nel settembre 2004: 10mila copie bruciate in poche settimane. Intanto, il 5 ottobre, il Tibunale di Roma accoglie il ricorso di Beha e ordina alla Rai, con provvedimento d’urgenza, di reintegrarlo immediatamente al suo posto di lavoro. La Rai ricorre e gli fa una proposta indecente: seguire i rapporti coi new media e le iniziative editoriali legate alle nuove tecnologie. Proposta che il tribunale di Roma giudicherà inadeguata, respingendo il ricorso della Rai e orinandole di impiegare Beha come giornalista.

A fine novembre 2004, l’editore firma un contratto con la Sipra per pubblicizzare il libro di Beha su Radio1. Visto che da maggio Beha non va più in onda, il suo pubblico potrà riascoltare la sua voce in uno spot da 30 secondi: “Sono Oliviero Beha. Al momento non vado in onda, ma sono in libreria con un romanzo autobiografico che si intitola Sono stato io, Marco Tropea Editore. Naturalmente, dentro ci siete anche voi. Per non dimenticare: Sono stato io. Buona lettura”.

Alla vigilia della prima emissione, l’ufficio marketing della Sipra telefona alla casa editrice: “Spiacenti, ma lo spot non può andare in onda. Il vertice rai l’ha bloccato, hanno telefonato da molto in alto…”. L’editore è allibito: “Ma come, avete firmato un contratto! Così fate un danno a noi, ma anche alla rai!”. La direzione Rai invoca l’art.11 dei contratti pubblicitari: si tratta di una clausola che tutela l’azienda da spot pornografici o blasfemi. Beha è pornografico e blasfemo! Non può andare in onda, nemmeno dopo aver vinto due cause in tribunale... ma nemmeno a pagamento, sotto forma di spot! Non gli resta che la pubblicità occulta: quella che lui aveva denunciato, rimettendoci il posto.


Fonte: “Inciucio”, di Marco Travaglio e Peter Gomez, edizioni BUR.

 

postato da: skinnolo alle ore 23:31 | link | commenti (1)
categorie: attualitĂ 
sabato, 27 maggio 2006

Un voto per:
 
lo sviluppo eco-sostenibile
la trasparenza
la legalità
i diritti civili
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_______________________________________
SULLA SCHEDA ELETTORALE E’ NECESSARIO SCRIVERE IL MIO
COGNOME E NOME!
postato da: skinnolo alle ore 08:55 | link | commenti (1)
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domenica, 30 aprile 2006

Lista Verdi

Stefano BARBATI
nato a Lanciano
il 27 maggio 1973

Antonio BIANCO
nato a Lanciano 
il 2 novembre 1975

Rossella BIANCO
nata a Lanciano 
il 10 maggio 1967

Luciano BIONDI
nato a Lanciano  
il 22 gennaio 1961

Franco BOMBA
nato a Lanciano
il 24 Luglio 1979

Giuseppe BUONO
nato a L'Aquila 
il 11 marzo 1947

Alex CAPORALE
nato a Lanciano
il 16 ottobre 1967

Valentino CICCOCIOPPO
nato a Camerino (Macerata)
il 30 gennaio 1971

Domenico CINALLI
nato a Lanciano
il 17 settembre 1981


 

Alain DE FABRIZIIS
nato a Torino 
il 26 giugno 1973

Michelino DELL'ELCE
nato a Lanciano
il 1 marzo 1964

Filippo DI NUNZIO
nato a Lanciano
il 13 giugno 1976

Daniele DI TOTTO
nata in Svizzera
il 20 ottobre 1975

Niola D'ONOFRIO
nato a Chieti
il 23 luglio 1948

Gaspare GAETA
nato a Lanciano
il 8 agosto 1973

Anna MADDESTRA
nato a Lanciano
il 3 giugno 12974

Andrea MARFISI
nata a Como
il 19 dicembre 1971

Giampietro MARFISI
nato a Lanciano
il 5 aprile 1979 


Lorenzo MARFISI
nato a Lanciano
il 7 ottobre 1960

Fabio MARTELLI
nato a Lanciano
il 19 gennaio 1978

Annalisa PADOVANO
nata a Lanciano
il 17 luglio 1970

Giovanni PASQUINI
nato a Lanciano
il 9 novembre 1974

Danilo ROSETTA
nato a Torino
il 15 ottobre 1959

Francesca SANSONI
nato a Forlì
il 16 febbraio 1953

Tommaso SARCHESE
nato a Ortona
il 24 giugno 1965

Massimo SOLLIMA
nato a Pompei (Napoli)
il 2 febbraio 1973

Marco UCCI
nato a Lanciano
il 11 giugno 1971

Fabio VERRATTI
nato a Casoli
il 1 luglio 1980

Orlando VOLPE
nato a Lancano
il 11 novembre 1961

Giordana ZAPPALORTO
nata a Ortona
il 23 ottobre 1972

postato da: skinnolo alle ore 15:15 | link | commenti
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